In occasione del sessantesimo anniversario della fondazione della repubblica popolare cinese una rivista di divulgazione storica molto popolare ha inaspettatamente pubblicato un lunghissimo saggio sulla storia della pena capitale in Cina preceduta dalla notizia data con soddisfazione sulla riduzione dei reati passibili di tale pena
Quest’anno, alla fine di agosto, la XVI riunione del Comitato Permanente della XI Assemblea Popolare Nazionale ha sottopo-sto a discussione il “Progetto di revisione del Codice Penale della RPC, VIII (bozza)” ed ha pubblicamente sollecitato le opinioni del corpo sociale in merito.
La bozza prevede di abolire la pena capitale per il furto, il contrabbando di beni culturali e altri tredici reati economici non violenti; contemporaneamente stabilisce che le persone anziane di oltre 75 anni ne siano esenti. La misura ha rapidamente suscitato un’animata e prolungata discussione nel mondo accademico e nell’opinione pubblica. Diversi commentatori ritengono che la revisione del Codice Penale segni un ulteriore passo avanti nella direzione giusta, nel processo che va dalla rigida limitazione della pena capitale giù giù fino alla sua abolizione e nel corso dell’istituzione della democrazia e dei diritti umani.
Ripercorrendone la storia dalla fondazione della nuova Cina [1949], la pena capitale, nel suo viaggio attraverso le modifiche, dallo stabilimento dei vari articoli fino al testo completo della legge, è intessuta di fin troppi elementi di riflessione politica e ideologica. Dalla fondazione della Repubblica, la pena capitale è stata un utile strumento di “repressione dei controrivoluzionari”; durante la Rivoluzione Culturale, è rimasta uno strumento per colpire i “controrivoluzionari all’opera”; all’inizio della fase di riforma e d’apertura, il vento rabbioso della “severa repressione” ha sospinto la pena capitale in molti angoli negletti della società. Per proteggere la stabilità dello Stato e la pace sociale, la pena capitale è senza dubbio stata un mezzo molto efficace per spargere il terrore fra i criminali più incalliti, ma sarebbe stato necessario mantenere il principio della giustizia procedurale, con la massima pru-denza possibile. Anche se il fine è giusto, non si possono impiegare mezzi sbagliati. In particolare, se in un dato periodo storico il ricorso alla pena capitale si amplia e si fa temerario, è difficile evitare di causare tre-mende tragedie nel totale disprezzo della vi-ta umana.
La vita è preziosa, se si perde non si può più recuperare. Modifiche ragionevoli alla pena capitale, castighi dei reati comminati secondo la legge, totale salvaguardia dei diritti umani: ecco quello che un codice penale deve prevedere, segno di progresso civile e sociale, rigorosa difesa della vita quale diritto umano fondamentale.
NEI PERIODO CONVULSI SI RICORRE ALLA MANO PESANTE
La repressione della controrivoluzione su vasta scala
subito dopo la fondazione della nuova Cina
di JI Peng
Subito dopo la fondazione della nuova Cina, in particolare prima del 1954, l’Assemblea Popolare Nazionale non era ancora stata istituita e l’attività legislativa non ebbe modo di iniziare. Di fronte a molti casi penali che dovevano essere sbrigati, il Consiglio di Stato emise una serie di “decreti legge”, che dovevano costituire il fondamento dell’amministrazione della giu-stizia; i regolamenti relativi alla pena capitale comparvero in alcuni testi diffusi a parte, come il “Decreto sulla punizione dei controrivoluzionari” e il “Decreto transitorio sulla punizione del pregiudizio arrecato alla valuta nazionale” del 1951, il “Decreto sulla punizione della corruzione” del 1952 e altri ancora.
In tali decreti, fra i reati passibili della pena capitale figurò innanzitutto il reato di controrivoluzione, comprendente a sua volta vari reati: il tradimento della patria, la sobillazione del tradimento, l’incitamento alla sommossa armata, lo spionaggio, la connivenza col nemico, l’attività controri-voluzionaria condotta con il ricorso alle società segrete feudali, il sabotaggio controrivoluzionario, l’omicidio controrivo-luzionario, oltre alla corruzione e concus-sione, alla falsificazione della valuta nazio-nale ecc. A giudicare da tale elenco, obiettivo principale dei decreti fu quello di sostenere la repressione dei movimenti controrivoluzionari.
CAMBIAMENTI EPOCALI, INQUIETUDINE GENERALE,
FORZE OSTILI SCATENATE AL CONTRATTACCO
A cominciare dall’autunno del 1948, l’Esercito di Liberazione iniziò dal Nordest a dilagare nel paese e, in appena un paio d’anni, occupò la stragrande maggioranza della Cina continentale e istituì prontamente un regime partitico nazionale completo. La vittoria militare tuttavia non bastò a garantire il consolidamento del nuovo regime e una pace sociale duratura. Subito dopo la fondazione della Repubblica, in innumerevoli città e villaggi, dopo che ebbe iniziato ad assumere il potere su vasta scala, il Partito comunista incontrò continuamente un’accanita resistenza localizzata. Da un lato, le masse popolari, che erano state esposte a lungo alla propaganda reazionaria dei Nazionalisti, nutrivano una forte insoddisfazione nei confronti dei comunisti, in particolare la borghesia nazionale e i contadini ricchi, oltre a una parte di quelli medi, nei villaggi, che non ebbero alcun vantaggio dall’avvicendamento del potere, al contrario i loro interessi subirono un danno, per di più il potere comunista si era appena stabilito e molte questioni specifiche non ebbero sul momento una soluzione: furono inevitabili la stagnazione economica, il disorientamento, l’insoddisfazione di molti per il nuovo regime. D’altro lato, a causa della fuga dei Nazionalisti a Taiwan, rimase sul continente un gran numero di agenti segreti, briganti, despoti locali, l’ossatura dei Partiti reazionari, le sette segrete e altri elementi controrivoluzionari. Nell’agosto del 1949 un rapporto dell’Ufficio per il Nordest diceva:
A Tientsin e a Anxin si sono verificate esplo-sioni di santabarbare, a Linxian sono stati dati alle fiamme due magazzini, a Pechino sono state bruciate oltre 50 vetture tranviarie [...] Secondo le statistiche, in 26 distretti del Hebei, dello Shandong e del Henan a marzo si sono verificati 55 omicidi, con 88 morti, in gran parte vittime di briganti, spie e elementi con-trorivoluzionari. Da gennaio a oggi il numero totale delle vittime ammonta a 288, in casi in gran parte connessi con le spie nazionaliste e gli elementi controrivoluzionari.
Nel marzo del 1950, un rapporto dell’ Ufficio per il Sudovest diceva:
Il cinque febbraio nella zona del Tempio di Long-tan, a sudovest di Chengdu, circa diecimila briganti scatenarono una sommossa, uccidendo ZHU Xiangli, commissario politico del nostro 179 reggimento e oltre 50 quadri e soldati dei rinforzi accorsi alla notizia [...] Importanti strade fra Chengdu e Chong-qing e fra Chongqing e il Guizhou e vie d’acqua fra Chongqing e Sciangai sono state tagliate dai briganti.
Ancora, nel giugno del 1950, il caso di ZHU Shanyuan, un colonnello nazionalista che viene scoperto e arrestato: inviato da Taiwan, ZHU Shanyuan organizza la rete spionistica “Organizzazione speciale di Sciangai dell’Ufficio per la Protezione del Segreto”, che complotta l’assassinio dei dirigenti di Stato e Partito della municipalità e progetta di far saltare in aria la ditta Daxin a via Nanchino e il parco di divertimenti Gran Mondo, per scatenare il terrore. In agosto la pubblica sicurezza di Sciangai risolve il caso di TENG Yucun, comandante il “Reparto degli Eroi del Zhejiang Occidentale della Lega Giovanile per la Salvezza della Patria” nazionalista: nell’ottobre del 1949, TENG Yucun, recatosi a Sciangai, reclutò LI Jushan e altri otto uomini, soldati dispersi e sbandati e fondò il “Quartier Generale del Huaihai, del Comando della Regione del Jiangsu e Zhejiang dell’Esercito Anticomunista per la Salvezza della Patria del Popolo del Sudest”, complottando attività di sabotaggio controrivoluzionario da condursi entro i confini della municipalità.
Dopo lo scoppio della Guerra di Corea, le forze ostili alla nuova Cina ritennero “imminente lo scoppio della Terza Guerra Mondiale” e l’ “attacco al continente da parte di Chiang Kai-shek”, e dunque le fiamme della controrivoluzione si rinfocolarono. Fra il settembre e l’ottobre del 1950, nella sola Cina settentrionale si verificarono più di dieci moti, i più ampi dei quali furono la sommossa armata del distretto di Wu’an, nel Hebei; l’occupazione da parte di soldati nazionalisti sbandati del governo distrettuale di Jishan, nello Shanxi; la sommossa di Tongxian, nel Hebei.
Il quotidiano Tianjin jinbu ribao [“Pro-gresso di Tientsin”] riportò:
Dopo la Liberazione, la sedicente Quanfo dadaohui [“Setta della Grande Via del Budda Onnipotente”], in connivenza con i reazionari, propalò menzogne e dicerie nel vano tentativo di scatenare una sommossa. Si radunavano in segreto a fabbricavare calunnie, ampliavano l’organizzazione, con discorsi irripetibili di supertiziosa venerazione di demoni e mostri, oltraggiavano i dirigenti popolari e gettavano fango sull’Esercito di Liberazione. Caldeggia-vano la cosiddetta “Terza Guerra Mondiale”, terrorizzavano il popolo, si illudevano di poter rovesciare il governo popolare. Secondo le loro calunnie, “quest’inverno e la primavera prossima dovrà necessariamente salire al trono un imperatore”, “gli USA e il Giappone lance-ranno presto le bombe atomiche, l’Esercito di Liberazione ha i giorni contati...”
Secondo le statistiche, nei circa sei mesi che vanno dalla primavera all’autunno del 1950, oltre 40.000 quadri e attivisti furono assassinati dai reazionari.
NON È ANCORA GIUNTO IL MOMENTO DI RINUNCIARE
ALLA VENDETTA, IL PRESIDENTE MAO EMANA RISOLUTO L’ORDINE
DI REPRIMERE SU VASTA SCALA LA REAZIONE
Dopo la fondazione della nuova Cina, i sabotaggi delle spie nemiche e dei briganti divennero sempre piùravi. Durante la visita e la convalescenza di Mao Tse-tung in Unione Sovietica, Liu Shaoqi presidette all’attività del CC del PCC ed emanò varie direttive, esigendo che i sabotatori controrivoluzionari fossero duramente colpiti in tutto il paese. A marzo del 1950, il CC del PCC emanò l’una dopo l’altra la “Direttiva per l’annientamento dei briganti e lo stabilimento del nuovo ordine rivoluzionario” e la “Direttiva per la repressione delle attività controrivoluzionarie”. Il Ministero della Pubblica Sicurezza organizzò in varie città la registrazione delle spie nemiche e dei membri del Partito e della Lega [nazionalisti, n.d.T.], obbligando i membri dei precedenti enti del controspionaggio, del Partito e della Lega della Gioventù nazionalisti a dichiarare la propria identità. Contemporaneamente, Liu Shaoqi emanò anche una direttiva nella quale esigeva che si colpisse la controrivo-luzione dappertutto. All’epoca, in varie località si era ancora “illimitatamente clementi” con gli elementi controri-voluzionari, arrivando al punto di “spegnere la propria combattività e riconoscere il prestigio dei briganti e delle spie”, irrobustendone l’ardore. Nei confronti di una situazione del genere, Mao Tse-tung considerò in generale che la nuova Cina dovesse avere un governo di allenza simile al fronte unito, che il prestigio del PCC non era ancora radicato e che si dovesse essere molto cauti nei confronti di qualunque azione suscettibile di esercitare una forte influenza, onde evitare di essere attaccati su tutti i fronti.
Nel giugno del 1950, nel rapporto presentato al III plenum del VII CC del PCC, Mao Tse-tung affermò chiaramente l’urgen-te necessità di reprimere la controrivo-luzione, e rilevò nel contempo che il noc-ciolo di tutta l’attività restava “la lotta per una svolta positiva chiave nella situazione finanziaria ed economica della nazione”. Perché mai non fu l’eliminazione dei contro-rivoluzionari il nocciolo dell’azione? Mao lo spiegò nei dettagli:
Questo autunno, dovremo avviare la riforma agraria su un territorio vastissimo, popolato da 310 milioni di abitanti, e abbattere l’intera classe dei latifondisti. Nella riforma agraria, i nostri nemici sono già abbastanza.
Molti erano insoddisfatti di noi. In parti-colare,
i nostri rapporti con la borghesia nazionale ora sono tesissimi, loro sono al colmo del nervo-sismo e molto insoddisfatti.
Anche gli intellettuali e gli operai disoccupati erano scontenti di noi, e perfino una parte dei contadini.
In seguito all’evoluzione della situazione, cambiò anche l’atteggiamento di Mao Tse-tung nei confronti della repressione dei controrivoluzionari; nel giugno del 1950, Mao Tse-tung esortava ancora con estrema energia i compagni all’interno del Partito a non avere troppa fretta, temendo molto di essere attaccato da tutti i lati. Tuttavia, in seguito allo scoppio della Guerra di Corea e all’intervento cinese, Mao Tse-tung cambiò prontamente il suo precedente atteggiamento, per cui la repressione dei controrivoluzionari non era una questione molto urgente. Egli si rese conto che si trattava invece di “un’occasione che capita una volta ogni mille anni” per eliminare completamente i controrivoluzionari all’interno del paese. Di conseguenza, due gioni dopo la decisione formale del CC del PCC di intervenire in Corea, l’8 agosto, Mao Tse-tung seguì personalmente l’emanazione della “Direttiva per la correzione delle tendenze di destra nella repressione dei controrivoluzionari”, ovvero la cosiddetta “Direttiva del Doppio Dieci”, in cui si esigeva di correggere la tendenza a essere “troppo clementi” nella repressione dei controrivoluzionari e si predisponeva la repressione su vasta scala dei controrivoluzionari su scala nazionale.
Il punto chiave nell’uscita della “Direttiva dei Doppio Dieci” non stava in un improvviso aggravarsi della situazione nel campo nemico, né tantomeno nella consi-derazione che per eliminare le minacce esterne bisognasse innanzitutto pacificare l’interno. Per Mao Tse-tung, la repressione della controrivoluzione era una delle misure più importanti da adottare, decisa già da quando il Partito comunista aveva fondato il suo regime. L’unica preoccupazione riguardava il momento adatto.
Profittando della grande eco della Guerra di Resistenza agli Stati Uniti, egli ritenne che fosse giunto il momento buono. Disse Mao Tse-tung a Luo Ruiqing, ministro della Pubblica Sicurezza:
All’epoca il tempo non era ancora maturo [...] se avessimo lanciato una repressione di un gran numero di controrivoluzionari, avremmo sbagliato. Adesso le cose sono cambiate, la questione economico finanziaria è fonda-mentalmente risolta, è cominciata la Guerra per la Resistenza agli Stati Uniti e il Soccorso alla Corea, dunque non possiamo sprecare quest’occasione.
La spiegazione di Liu Shaoqi fu ancora più esplicita:
La Guerra per la Resistenza agli Stati Uniti e il Soccorso alla Corea presenta un grande vantaggio, ci facilita in molte azioni, come la riforma agraria, lo stabilimento del Patto Patriottico, l’emulazione in produzione, la repressione dei controvoluzionari ecc. Da quando è iniziata con grande strepito la Guerra per la Resistenza agli Stati Uniti e il Soccorso alla Corea, alla riforma agraria e alla repressione dei contro-rivoluzionari è stata messa la sordina, dunque è tutto più facile.
LE SPADE AFFILATE ESCONO DAI FODERI, CON GRANDE GIOIA DEL POPOLO; LE MASSE SONO MOBILITATE NELLA REPRESSIONE DEI CONTRORIVOLUZIONARI
Il 10 ottobre 1950, il CC del PCC emanò la “Direttiva per la correzione delle tendenze di destra nella repressione dei controrivoluzionari”; a partire dall’inverno del 1950 il movimento per la repressione dei controrivoluzionari su scala nazionale , si dispiegò in base a tale direttiva.
In base a quanto esigeva la direttiva, in alcune località si procedette pubblicamente a emettere sentenze, se ne diede notizia, con grande risonanza e con l’appoggio convinto delle masse popolari. Il 17 febbraio 1950, sotto la direzione di Luo Ruiqing, in una sola notte a Pechino si procedette a 675 arresti di controrivoluzionari e il giorno seguente all’esecuzione pubblica di 58 persone. Le fucilazioni dei colpevoli avvennero al cospetto di decine di migliaia di spettatori, nel tripudio generale. Secondo Luo Ruiqing, da allora in poi, prima dell’applicazione della pena capitale si sarebbero potute convocare assemblee di delegati del popolo e raduni di massa, onde eccitare l’odio delle masse per la controrivoluzione. In seguito, il 3 marzo a Pechino vennero arrestate altre 1050 persone, che vennero dichiarate colpevoli del reato di controrivoluzione; la pena da comminare loro fu discussa dai delegati popolari presenti alle riunioni congiunte e allargate di assemblee di delegati del popolo di ogni ambiente e dei parlamenti ai due livelli municipale e rionale.
Dopo una serie di attività di propaganda, il 25 marzo, 199 controrivoluzionari furono fucilati in tre diverse località.
A Pechino si utilizzarono le Assemblee Popolari e i raduni di massa come forma di mobilitazione delle masse nel movimento della “repressione dei controrivoluzionari”, ciò che fece a Mao Tse-tung una profonda impressione. Tientsin, che era all’avanguardia nel movimento, aveva da tempo adottato forme simili. Già il 20 ottobre 1950 sul quotidiano “Progresso di Tientsin” era comparsa la notizia seguente:
Sul luogo del raduno per l’accusa pubblica, dopo l’escussione dei testi, quattro spie sono portate in tribunale. Ma Junming sussurra al suo vicino Wang Jinshi: “Se, concluso il giudizio, legheranno le spie e le porteranno sul luogo dell’esecuzione e le fucileranno, il popolo ne sarà molto contento!” Wang Jinshi risponde indignato: “Ci voglio pensare io personalmente!” Il pubblico ministero, Wang Rutao, si alza in piedi e legge l’atto di accusa e l’ipotesi di pena. Appena il pubblico ministero finisce di leggere e si apprende che l’ipotesi di pena per Zhang Xiangwen, il capo delle spie, è la fucilazione sul posto, il tribunale suscita all’istante un boato di applausi. Un cittadino dice: “In passato siamo stati troppo clementi, lo dovevano fucilare da tempo!” Un altro dice: “È così che si fa per mantenere l’ordine, se non si estirpa lo spionaggio, il popolo ne avrà gran danno!”
Ottemperando alle richieste del pubblico ministero e delle masse, il presidente del tribunale, Zhang Jichuan, si alza in piedi e legge in tono grave la sentenza di morte, poi sentenzia di portare il condannato legato sul patibolo e di procedere all’esecuzione sommaria. I poliziotti, con le corde già approntate, legano le quattro spie e li traducono sul furgone in attesa fuori la porta del tribunale, mentre le masse non si trattengono più e da mille bocche si levano sputi e imprecazioni. Le masse circondano il furgone, “prendetelo a calci!”, “strangolatelo!”, risuonano all’unisono grida di odio. Uno dalla voce tonante urla slogan, imitato da tutti i presenti: “Abbasso i controrivoluzionari!”, “Eleviamo la vigilanza, sradichiamo l’inerzia, annientiamo il nemico!” Il furgone parte sotto la pioggerella e si allontana, mentre la gente grida: “Tagliategli la testa! A sparargli se la cava troppo a buon mercato! Decapitatelo, altro che fucilarlo!”
A marzo del 1950, il comitato municipale di Tientsin andò oltre e integrò il piano, preparandosi, sulla base dei 150 già giustiziati, a giustiziare un altro gruppo di persone. Il presidente Mao si profuse in lodi e rese note le sue lodi dappertutto.
STABILIRE “QUOTE DI UCCISIONE”
IN BASE ALL’ENTITÀ DELLA POPOLAZIONE NELLE VARIE LOCALITÀ
La “Direttiva del Doppio Dieci” proponeva chiaramente di adottare per base legale il “Decreto sulla punizione dei controrivoluzionari” emanato dal Consiglio di Stato. Nel decreto, risalente al 21 febbraio 1951, si diceva che i reati passibili di pena capitale erano soprattutto quelli controrivoluzionari, comprendenti il delitto di tradimento e quello di incitazione alla sommossa. A giudicare da tali capi d’imputazione, si trattava fondamentalmente di servire la causa della repressione della controrivoluzione. In base allo spirito delle direttive di Mao Tse-tung, per dare mano libera alle varie località, si ampliò intenzionalmente l’interpretazione di “reato di controrivoluzione” e i criteri di applica-zione della pena godettero di un maggior grado di libertà nell’applicazione. Il ricorso all’uccisione dipese in gran parte dal fatto di essere oppure no un “elemento chiave”, op-pure dalle “circostanze aggravanti”, potendosi in linea di massima applicare la pena capitale oppure l’ergastolo.
Il 17 gennaio 1950, leggendo il rapporto sulla “repressione dei controrivoluzionari” del 27 corpo d’armata del Hunan Occidentale, Mao Tse-tung scoprì che in 21 distretti del Hunan Occidentale il solo esercito aveva giustiziato oltre 4600 persone, fra briganti, tiranni locali e spie, e che si preparava a continuare localmente con le esecuzioni anche nell’anno in corso. Rispetto a ciò, nella Cina Orientale, a densità di popolazione più elevata, erano state giustiziate in tutto appena 2911 persone. Mao Tse-tung ritenne che nella Cina Orientale la distribuzione delle terre si era svolta per lo più abbastanza pacificamente e che di briganti, tiranni e spie se ne fossero uccisi di meno. Dopo aver equiparato i piani diapplicazione della pena capitale nei rapporti provenienti dalle varie zone del paese, Mao Tse-tung calcolò la proporzione di uccisione più adeguata localmente. In febbraio, seguendo il suggerimento di Mao Tse-tung, il CC del PCC convocò una riunione ad hoc per discutere la questione della proporzione delle uccisioni, e “stabilire la proporzione dell’uno per mille della popolazione: raggiunta la metà della cifra, si poteva riconsiderare il problema a seconda della situazione”.
Su questa base, Mao Tse-tung indicò chiaramente ai responsabili di Sciangai e Nanchino:
Sciangai è una grande città di sei milioni di abitanti, dove sono state giustiziate appena poco più di 200 persone delle oltre 20.000 arrestate; secondo me, entro il 1951 bisognerà uccidere almeno suppergiù 3000 persone. Inoltre, nella prima metà dell’anno bisognerà raggiungere la cifra di almeno 1500 esecuzioni. Nanchino è stata la capitale dei nazionalisti, i reazionari da mettere a morte non sembra potranno essere meno di 200; a Nanchino bisognerà uccidere un po’ più di gente.
La quantità di pene irrogate a norma di legge diventò capricciosa e con la fissazione di parametri alle uccisioni, gli errori giudiziari e gli eccessi diventarono inevitabili.
LE MASSE SI ECCITANO, LA REPRESSIONE DELLA CONTRORIVOLUZIONE SI ESTENDE
In seguito al movimento, annunciato con grande strepito, per la “repressione dei controrivoluzionari”, nelle varie località del paese il fermento e le aspettative delle masse andarono via via crescendo e l’opinione pubblica fu incanalata verso “niente tolleranza, uccidere chi se lo merita”.
Il 23 marzo 1951 il quotidiano “Progresso di Tientsin” pubblicò articoli dove si sosteneva la necessità di colpire duramente i controrivoluzionari, che essi non si sarebbero sentiti grati della illimitata tolleranza, pentendosi e diventando persone nuove, al contrario, proprio dall’eccessiva tolleranza sarebbero stati indotti a credere che il popolo si poteva ingannare, avrebbero complottato la restaurazione e svenduto il paese allo straniero; parlare di tolleranza con canaglie simili nemiche giurate del popolo, non proseguire nella repressione, avrebbe portato alla critica contro il governo, “non si tema né il cielo né la terra, si tema solo la tolleranza da parte del Partito comunista”.
Proprio per l’indirizzo preso da un’opi-nione pubblica del genere, la “repressione dei controrivoluzionari” evolse in alcune località in movimento per la vendetta di classe, all’insegna della “lotta contro i boicottaggi degli elementi controrivoluzio-nari”, e si commisero non pochi torti ed errori giudiziari.
In quanto all’attuazione concreta, fu adottato il metodo all’incontrario di “repri-mere prima e ricorrere alla legge dopo”; la base per il ricorso alla legge servì solo a reprimere gli elementi estranei alla classe con maggiore rapidità, quantità e severità, e non certo a perdonarli.Nel corso del movi-mento l’odio fu ampliato, esaltato e fomen-tato e si procedette a bagni di sangue in no-me della “rivoluzione”. Sul “Dagongbao” di Sciangai del maggio 1951 comparve un arti-colo intitolato “Odiare spietatamente il ne-mico”, firmato da Ding Haochuan, che dice-va:
Nel corso della repressione dei controrivolu-zionari, può ancora capitare di udire la solita solfa: ‘Non basta riformarli, che bisogno c’è di ammazzarli?’ Chi parla così è un ingenuo, che ritiene che nelle teste degli imperialisti e dei controrivoluzionari, dato che sono esseri umani anche loro, sia tutto sommato ancora possibile istillare qualche buon sentimento.
Al contrario, l’articolo invitava chi era animato da sentimenti compassionevoli a pensare un po’ ai propri discendenti, agli agenti inviati dall’imperialismo america-no e dalla cricca di Chiang Kai-shek, che allungavano sopra i primi le mani mac-chiate di sangue e lottavano strisciando nell’ombra...
Una volta addottrinate e scatenate le masse, il movimento per la repressione dei controrivoluzionari prese uno slancio irresistibile. Oltre alle spie, i briganti, i controrivoluzionari attivi, ci furono da passare per le armi anche i “tiranni locali” che più suscitavano l’indignazione delle masse e i “controrivoluzionari storici” con cui si era in debito di sangue. Ma chi erano i “tiranni locali”? qual era il criterio per misurare l’ “indignazione” delle masse? Fuori dai criteri di legge specifici, l’attuazione concreta delle misure meramente basata sul giudizio soggettivo dei quadri ai vari livelli peccò grandemente di arbitrarietà. In non poche località molti che si videro attribuita la natura di “tiranni locali”, insieme con reati specifici, non riuscirono a farsi espungere dalle liste e, una volta identi-ficati, furono messi arbitrariamente a morte, solo perché era imperativo portare a termine i compiti repressivi. Molti che erano stati solo funzionari di basso grado del vecchio governo, senza prendere parte ad alcuna attività controrivoluzio-naria, furono portati nelle assemblee di massa e giustiziati senza processo su patiboli eretti in spiazzi come i campi sportivi delle scuole.
Quanti furono in definitiva a essere “uccisi”, “imprigionati”, “sistemati” in tutto il corso del movimento per la repressione della controrivoluzione? Più tardi, Mao Tse-tung disse una volta che furono ammazzate 700.000 persone, un milione duecento mila furono impri-gionate, altrettante vennero “sistemate”.
Naturalmente, questa formulazione di Mao Tse-tung era fondata, perché era tratta da un rapporto del gennaio 1954 del ministro della Pubblica Sicurezza, Xu Zirong. Il rapporto diceva che dall’inizio del movimento per la repressione dei controrivoluzionari erano state arrestate in tutto il paese oltre 2.620.000 persone, di cui:
oltre 712.000 giustiziate e oltre 1.290.000 detenute in quanto controrivoluzionari; in totale sono state messe in stato di vigilanza oltre 1.200.000 persone. Dopo l’arresto, in caso di reato lieve, sono state rilasciate previa rieducazione oltre 380.000 persone.
In base alla cifra di 712.000 persone giustiziate, si puòesumere che si raggiunse il livello di 1,4% di giustiziati su una popola-zione di 500 milioni di persone. Nel rap-porto intitolato “Fatti relativi ai movimenti politici nella storia dalla fondazione della Repubblica”, diffuso nel 1996 dall’ufficio per la storia del Partito del CC del PCC, dall’inizio del 1949 al febbraio del 1952, nel corso del movimento per la repressione della controrivoluzione, furono repressi oltre 1.576.100 di controrivoluzionari, 873.600 dei quali vennero messi a morte.
MAO TSE-TUNG: BISOGNA EVITARE GLI ERRORI GIUDIZIARI, MA NON SI PUÒ ANCORA RINUNCIARE ALLA PENA CAPI-TALE
Dal marzo 1951, in numerose località non ci fu modo di raggiungere la proporzione dello 0,5-1‰ di rei messi a morte e dunque non si poté evitare di gonfiare le cifre; a ciò si aggiunga che in nessuna parte del paese c’era sufficiente personale giudiziario per poter sbrigare in un tempo così breve un tale numero di casi, di conseguenza numerosi furono i casi che non poterono essere portati in giudizio con tutti i crismi. Per un gran numero di persone ci si dovette basare solo sulla storia delle loro presunte “malefatte” e la determinazione della pena superò di gran lunga i parametri stabiliti nel “Decreto per la punizione dei controrivoluzionari”; ovvia-mente si diede ancor meno importanza al fatto di essere “attivi” oppure no. Il non tener conto delle prove e il ricorso indiscri-minato alla pena capitale furono fenomeni estremamente diffusi. Una persona giustiziata non resuscita: un gravissimo difetto dell’applicazione della pena capitale è che non c’è modo di correre ai ripari una vlta comminata, e la sua errata applicazione può avere una pessima influenza politico-sociale e attivare elementi latenti di instabi-lità sociale.
Nel corso del movimento per la repressio-ne dei controrivoluzionari, furono molti gli errori giudiziari che amareggiarono la popo-lazione. Ad esempio, a Hengyang, nel Hu-nan, c’era un’organizzazione del PCC in clandestinità guidata da Liu Bolu, la mag-gioranza dei cui membri era di estrazione sociale latifondista; in più, i quadri del grup-po di lavoro calati a sud, che davano “credi-to alle confessioni estorte”, dubitarono che sul posto operasse un “esercito patriottico anticomunista” e furono certi di conse-guenza che l’organizzazione di Partito locale guidata da Liu Bolu e le altre organizzazioni a lui sottoposte, come la Lega della Gioventù, la Lega Contadina, l’Associazione di ex allievi ecc. fossero loro l’ “esercito patriottico anti-comunista” e i suoi fiancheg-giatori, così definirono Liu Bolu “capo dei briganti” e “tiranno e latifondista”. Di con-seguenza, oltre 200 persone furono messe ai ferri, molte di loro furono appese per le braccia e picchiate finché non confessarono, 8 furono fucilate, 5 condannate, 4 radiate dai ruoli dello Stato; una fece perdere le tracce.
Estratto da Wenshi cankao [History reference], XX, 20 ottobre 2010, pp. 18-37.
Tr. It di Giorgio Casacchia